Il 42% degli studenti universitari abbandona prima della laurea. Scopri ORA perché, e se sarai anche tu fra di loro

Nel 2016 si è sentito tuonare a gran voce nelle aule universitarie dell’Università di Milano, stupore, meraviglia e indignazione dappertutto, proteste più o meno accese, dibattiti, manifesti e manifestazioni.

Perché? Cos’era successo? Cosa aveva scosso dalle fondamenta aule e istituzioni più antiche?

Una semplice decisione: ridurre il numero di appelli.

Perché mai era stata intrapresa una strada del genere?  Cosa aveva portato a pensare di prendere un’accetta e ridurre senza criterio il numero di appelli?

L’idea è questa:

il tasso di abbandoni all’università è troppo alto.
All’estero hanno meno appelli e meno abbandoni.
Diminuiamo il numero degli appelli così ci saranno meno abbandoni.

Ma che splendida idea. Al posto di fare un’analisi approfondita delle motivazioni che spingono gli studenti ad abbandonare, è meglio prendere il modello anglosassone, applicarlo identico e senza riflessione allo stato delle cose italiane e sicuramente tutto andrà per il meglio.

Quando ho letto i dati sull’abbandono universitario da parte degli studenti italiani, ho cercato di comprenderne le cause.

Per prima cosa ho parlato con chi mi circondava, domandando cosa desiderano fare da grandi, se gli sta pesando dipendere dai genitori, come procede lo studio, se hanno mai pensato di lasciare, e perché.

E la seconda mossa è stata aprire il mio computer e leggere ciò che giornali e riviste pensano. Quello che frulla in testa alle istituzioni insomma.

  1. eccessiva autonomia nella didattica che porta alla definizione di programmi difficilmente realizzabili e in continua crescita (gli esami scoglio), nonostante l’ancoraggio ai Cfu voluto dalla riforma del 2001. Ciò ha due effetti negativi: spinge a prendere sottogamba altri esami che diventano scoglio anche loro per reazione; e rallenta l’intero percorso;
  2. Scarsa frequenza dei corsi per un’insufficiente separazione fra corsi ed esami in molte facoltà: molti studenti preparano gli esami piuttosto che seguire i corsi;
  3. Numero eccessivo di appelli e possibilità di fare l’esame tutte le volte che si vuole. Nei paesi anglosassoni, c’è uno/due appelli l’anno per esame e in una settimana si devono fare tre o più esami e, quindi, i programmi devono essere commisurati allo sforzo che possono fare gli studenti.

Questi sono alcuni dei problemi che le testate giornalistiche individuano quando si tratta di studenti universitari.

In poche parole, è lasciare gli studenti troppo liberi il peggior danno che gli si può fare, hanno dai 19 anni in su, è folle pensare che possano organizzarsi da soli.

Ma parliamoci chiaro. Perché passi tutti questi anni a studiare se non per entrare nel mondo del lavoro? Perché ti impegni, perché ti tormenti con esami infiniti e dei quali, a volte, non te ne frega niente?

Per avere il lavoro che desideri. Questa è la risposta, perché l’università è il veicolo principale, e in molti casi anche l’unico noto, per arrivare un giorno ad entrare in ufficio sorridente. E non ritrovarti a fare un lavoro che odi, in un ufficio che odi, con colleghi che odi.

Il fatto è che avere una laurea oggi conta. Per quanto ci siano in giro persone come John Hagel, fanatico affermatore del fatto che le competenze battono un pezzetto di carta, come dovrebbe essere considerato secondo lui.

Persone come lui dicevo, che sostengono che le aziende dovrebbero assumere valutando la passione e la reale conoscenza di una materia da parte dei candidati piuttosto che il loro percorso accademico.

Il mondo però non gira come vorrebbe John Hagel e a te una laurea serve, le competenze infatti devono essere certificate secondo tutto il resto delle persone di questo mondo, non importa se si scartano piccoli autodidatti con le prospettive di Steve Jobs o Mark Zuckenberg.

Mentre Hagel conduce la sua battaglia, per il momento però la laurea dà tre volte in più la possibilità di trovare occupazione. I dati della Commissione Europea non lasciano spazio ai dubbi:

Il 17% di chi ha solo un’istruzione di base è disoccupato, mentre solo il 5% di chi ha un’istruzione terziaria.

E tornando al discorso che stavamo facendo poco fa, se l’università deve essere il tuo trampolino di lancio, la tua preparazione, il tuo ultimo scoglio prima del mondo del lavoro, è giusto che sia una riproduzione delle scuole superiori?

Mi spiego meglio, la soluzione per evitare di finire fuori corso potrà mai essere la riduzione dell’indipendenza, la mancanza di scelta, il divieto di prendere decisioni autonome? Come pensi di diventare un lavoratore con un minimo di sale in zucca se fino a quel momento sei stato preso per mano e accompagnato come un bambino per tutti 16 anni (minimo) di scuola?

Di certo dare meno autonomia agli studenti NON può essere la soluzione, a meno che non si vogliano piccoli automi non pensanti.

Inoltre, l’università non può occuparsi di fare classi più piccole in modo che gli studenti siano più seguiti, non ci sono i fondi per questo.

Per quanto riguarda il punto 2, beh, anche in questo caso non è possibile sistemare il calendario universitario, evitando la sovrapposizione di materie se non con fondi più cospicui, che l’Italia di certo non ha.

Quindi l’unica cosa che rimane da fare è attuare il punto 3, che taglia gli esami, taglia i costi, e tutti sono più felici.

Sai però chi sono gli studenti che fanno più fatica a finire l’università? Quelli che vogliono la loro indipendenza e quindi lavorano.

E sai chi è più colpito dalla riduzione degli appelli? Esatto, proprio chi lavora, che ha quindi meno possibilità di organizzarsi a suo piacimento, riuscendo a sopravvivere nell’incubo universitario.

Per darti un’idea: solo il 22 percento dei giovani tra i 25 e i 34 anni arriva alla laurea. Tutti gli altri arrivano a un certo punto e poi lasciano perdere, chi per motivi economici, chi per la qualità della didattica, chi per lavorare e chi per altro. Fatto sta che il 20 percento si ritira dopo il primo anno, il 39 percento dopo i primi due, il 42 percento dopo i primi tre.

Incoraggiante vero?

La soluzione a me è sempre parsa evidente, se uno studente non è in grado di finire l’università il problema di certo riguarda lo studio,

se il problema riguarda lo studio è evidente che la soluzione può soltanto riguardare come studiare meglio.

È come per una qualsiasi malattia, o in generale problematica nel corso della vita.

Il problema è che con lo studio molti, troppi ragazzi sostengono ancora di non essere semplicemente portati, di non avere abbastanza tempo, di essere incapaci.

Ed è qui che io impazzisco, che mi arrabbio, polemizzo, e la mia dolce metà mi dice di stare calmo e smetterla.

È proprio a questo punto che mi alzo, lancio i libri e penso che non ne vale la pena, non vale la pena che io continui a diffondere informazioni utili, che io continui a parlare delle strategie più efficaci, non ha senso che insegni un metodo che ti consenta di fare altro, andare oltre i problemi burocratici e farcela lo stesso, anche se vuoi lavorare, anche se “non sei portato”, o almeno questo è quello che pensi tu.

Ed è a questo punto che mi lascio cadere sulla poltrona, che scuoto la testa triste e che penso sia giunto il momento di abbandonare.

Per fortuna che accendo il computer e ci trovo post come questo:

La domanda è: com’è possibile? Come si può ottenere tutto questo in un’università che non ha nessuna intenzione di aiutarti e che pensa che la soluzione sia diminuire il numero di appelli, in modo da stimolarti di più?

Se non puoi intervenire sul sistema universitario, se non puoi aspettare anni ed anni perché cambi, si modifichi e migliori, l’alternativa è solo e soltanto cambiare tu.

È come avere un’equazione davanti ed essere l’unica variabile in mezzo a tante costanti. Sei quello da modificare.

Quello che devi riuscire a fare è sconfiggere i problemi principali dello studente medio:

  • La mancanza di tempo;
  • La mancanza di voglia;
  • L’università.

La mancanza di tempo si sconfigge solo e soltanto con uno studio super organizzato e la capacità di studiare al doppio della velocità di tutti gli altri.

Si abbatte con la capacità di leggere un testo e ricordarlo, di immagazzinare le informazioni direttamente in aula, come diceva Giorgia nelle righe di sopra.

La mancanza di voglia la sconfiggi a suon di risultato, un bel voto alla volta, la media che si alza un po’, la capacità di giostrarti fra lavoro e studio e sarai anche tu pieno di voglia di stare sui libri e finire il tuo percorso.

L’università la sconfiggi con la massima efficienza possibile, essendo in grado di evitare i problemi che ti crea, non curandoti di esami sovrapposti, libri enormi, poca disponibilità dei professori.

E puoi farlo solo se sei certo di avere le armi migliori possibili nelle tue mani, puoi farlo se riesci a preparare esami in pochissimi giorni e se i limiti di tempo non riguardano te.

E questo succede solo se hai un metodo in grado di:

  • Dimezzare il tempo che passi davanti ai libri, regalandoti giornate fuori, pomeriggi con gli amici e a anche il tempo di avere un lavoro;
  • Ricordare tutto ciò che studi anche a distanza di tempo, in modo da non dover riiniziare da capo se l’appello è nel giorno sbagliato, se quella mattina non puoi assentarti dal lavoro e devi rimandare di 2 mesi il tuo esame;
  • Organizzare alla perfezione il tuo tempo, e non trovarti mai con 3 manuali da studiare a 2 giorni dall’esame.

Come dici? Preparare un esame in 2 giorni è impossibile? Non si direbbe…

3 esami in 4 giorni è un sogno?

Marco è riuscito nell’impresa, grazie a quello che spiego in QUESTA PAGINA, ovvero il metodo più efficiente in Italia per sconfiggere un sistema che non ti aiuta di certo ad arrivare all’obiettivo.

È un caso isolato? Beh, altri 41 mila studenti hanno fatto altrettanto, manchi solo tu.

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